Signore mio e Dio mio

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 26, 7-9; PL 76, 1201-1202)


«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità.
Che cosa, fratelli, intravedere in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto?
No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione.
Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto?» Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere.
Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

All’udienza generale: il sacerdote non deve costruire una diversa società, ma annunciare la Parola

I frutti che potrà offrire l’Anno Sacerdotale e l’essenza del sacerdozio sono stati al centro della catechesi di Benedetto XVI all’udienza generale di stamani in Piazza San Pietro. Il Papa ha ribadito il valore imprescindibile della preghiera nella vita di ogni cristiano. Quindi, nei saluti ai pellegrini italiani ha sottolineato l’importanza dell’etica in politica ed ha levato un vibrante appello contro il fenomeno dell’usura.
Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Il sacerdote è un uomo tutto del Signore, poiché è Dio stesso a chiamarlo ed a costituirlo nel suo servizio apostolico”. E’ quanto sottolineato da Benedetto XVI che ha chiesto a tutti i fedeli di pregare per i sacerdoti in questo Anno Sacerdotale appena iniziato. Ha quindi espresso l’auspicio che questa iniziativa sia “un’opportunità di rinnovamento interiore e, conseguentemente, di saldo rinvigorimento nell’impegno per la propria missione”. “La preghiera – ha poi osservato – è il primo impegno, la vera via di santificazione dei sacerdoti, e l’anima dell’autentica pastorale vocazionale”:

La scarsità numerica di ordinazioni sacerdotali in taluni Paesi non solo non deve scoraggiare, ma deve spingere a moltiplicare gli spazi di silenzio e di ascolto della Parola, a curare meglio la direzione spirituale e il Sacramento della Confessione, perché la voce di Dio, che sempre continua a chiamare e a confermare, possa essere ascoltata e prontamente seguita da tanti giovani”.

Dopo il Concilio Vaticano II, è stata la riflessione del Papa, “si è prodotta qua e là l’impressione che nella missione dei sacerdoti” ci fosse qualcosa di più urgente dell’annuncio della Parola e dell’amministrazione dei Sacramenti. Alcuni, ha detto, “pensavano che si dovesse in primo luogo costruire una diversa società”. Ma in realtà, ha avvertito, è Gesù stesso ad insegnarci che “Parola” e “Sacramento” sono “le due fondamentali colonne del servizio sacerdotale”. Chi è il presbitero, si è chiesto il Papa, “se non un uomo convertito e rinnovato dallo Spirito che vive del rapporto personale con Cristo, facendone propri i criteri evangelici?”:

“Chi è il presbitero se non un uomo di unità e di verità, consapevole dei propri limiti e nel contempo, della straordinaria grandezza della vocazione ricevuta, quella cioè di concorrere a dilatare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra?”
Ha così ricordato l’esempio di San Giovanni Maria Vianney, al quale è dedicato l’Anno Sacerdotale. Proprio come il Curato d’Ars, ha detto, seguendo il binomio “identità-missione”, ciascun sacerdote “può meglio avvertire la necessità di quella progressiva immedesimazione con Cristo che gli garantisce la fedeltà e la fecondità della testimonianza evangelica”. “Dalla certezza della propria identità”, ha affermato, dipende “il rinnovato entusiasmo per la missione” del sacerdote. Ed ha aggiunto: lo stesso titolo dell’Anno Sacerdotale, “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”, evidenzia che “il dono della grazia divina precede ogni possibile umana risposta e realizzazione pastorale”. Nella vita del sacerdote, ha proseguito Benedetto XVI, “annuncio missionario e culto non sono mai separabili”:

“L’amore per il prossimo, l’attenzione alla giustizia e ai poveri non sono tanto temi di una morale sociale, quanto piuttosto espressione di una concezione sacramentale della moralità cristiana, perché, attraverso il ministero dei presbiteri, si compie il sacrificio spirituale di tutti i fedeli, in unione con quello di Cristo, unico Mediatore”.
“A fronte di tante incertezze e stanchezze anche nell’esercizio del ministero sacerdotale – è stata la sua esortazione – è urgente il recupero di un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina”. Il Papa non ha poi mancato di parlare dell’Anno dedicato all’Apostolo Paolo, appena concluso:

“Quale preziosa eredità dell’Anno Paolino, possiamo raccogliere l’invito dell’Apostolo ad approfondire la conoscenza del mistero di Cristo, perché sia Lui il cuore e il centro della nostra esistenza personale e comunitaria. E’ questa infatti la condizione indispensabile per un vero rinnovamento spirituale ed ecclesiale”.

Al momento dei saluti in italiano, rivolgendosi agli esponenti dell’Associazione interparlamentare “Cultori dell’etica”, il Papa ha sottolineato “l’importanza dei valori etici e morali nella politica”. Poi, salutando i rappresentanti della Consulta nazionale antiusura ha levato un appello in favore delle vittime di tale flagello sociale:

“Auspico che vi sia da parte di tutti un rinnovato impegno per contrastare efficacemente il fenomeno devastante dell’usura e dell’estorsione, che costituisce una umiliante schiavitù. Non manchi anche da parte dello Stato un adeguato aiuto e sostegno alle famiglie disagiate e in difficoltà, che trovano il coraggio di denunciare coloro che approfittano della loro spesso tragica condizione”.

Benedetto XVI ha quindi incoraggiato i pellegrini slovacchi affinché rimangano fedeli ai Santi Cirillo e Metodio, Patroni della Slovacchia che verranno celebrati domenica prossima. “Essi – ha detto – sono per noi esempio di unità nella fede”. Il Papa ha infine rivolto un pensiero a quanti in questo periodo di vacanze non possono usufruire delle ferie con l’augurio che non manchino per loro la solidarietà e la vicinanza delle persone care e, infine, ai giovani che in questi giorni stanno sostenendo gli esami, assicurando loro un ricordo nella preghiera.

Luglio mese dedicato al Preziosissimo Sangue di Gesù

Con la Festa del Preziosissimo Sangue di Gesù, Solennità per il Vetus Ordo, si apre il mese dedicato a questa fondamentale devozione.

“Questa umanità, non di rado ferita dall’odio e dalla violenza, ha più che mai bisogno di sperimentare l’efficacia del Sangue redentore di Cristo. Quel Sangue che, sparso non invano, porta in sé tutta la potenza dell’amore di Dio è pegno di speranza, di riscatto, di riconciliazione. Ma per attingere da questa sorgente bisogna tornare alla Croce di Cristo, fissare lo sguardo sul Figlio di Dio, sul suo Cuore trafitto, su quel Sangue versato.

Sotto la Croce stava Maria, compartecipe della Passione del Figlio. Essa offre il suo Cuore di Madre come rifugio a chiunque è in cerca di perdono, di speranza e di pace, come ci ha ricordato la festa del suo Cuore Immacolato. Maria ha deterso il Sangue del Figlio crocifisso. A lei affidiamo il sangue delle vittime della violenza, perché sia riscattato da quello che Gesù ha versato per la salvezza del mondo”. (Giovanni Paolo II)

1 LUGLIO

PREZIOSISSIMO SANGUE

DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

(Solennità)

Il Sangue, è descritto nella Bibbia come un importante elemento della vita.
“La vita di una creatura risiede nel sangue” (Levitico 17,11). E’ soprattutto in questo versetto biblico che si può comprendere l’assoluta importanza che questo liquido comporta nella vita sia degli esseri umani che degli animali.

L’Antico Testamento si sofferma diverse volte sull’argomento del sangue, ribadendone la preziosità. Dio Padre comanda di non versare il sangue, cioè di non spargerlo inutilmente con gli assassinii, di non berlo e di non mangiare carni animali che contengano ancora residui di sangue; perchè il sangue è vita, il sangue è sacro. (Deuteronomio 12,23).
Ed è all’importanza del sangue nell’Antico Testamento, che si affianca l’importanza del sangue Divino di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana: Gesù. Il Sangue di Cristo è la più grande e perfetta rivelazione dell’Amore del Padre Celeste e la sua effusione vivificante è sorgente della Chiesa, che continuamente rinasce nutrendosi del Sangue Divino, e, attraverso di essa, è riscatto per l’uomo peccatore a cui viene donata la salvezza.

La vita spirituale trova un insostituibile alimento nel Sangue di Cristo, vero fulcro del cuore, della vita e della missione della Chiesa. Gesù stesso, nell’Ultima Cena, dà importanza rilevante al Sangue, che è simbolo della Redenzione. Anche San Paolo nelle sue lettere parla con devozione del Riscatto umano dal peccato, che è avvenuto tramite la morte di Gesù, il quale ha tanto amato gli uomini fino a versare il suo Prezioso Sangue.

Dal punto di vista storico si può dire che già anticamente era viva la devozione al Preziosissimo Sangue. Dopo un lungo periodo nel corso del quale questa devozione non venne più praticata, il Sangue di Cristo cominciò nuovamente ad essere adorato nella prima metà dell’ottocento, attorno a una presunta reliquia della Passione che si conservava nella Basilica di S. Nicola in Carcere (oggi S. Giuseppe a Capo le case).
L’iniziatore, fu un pio sacerdote, poi vescovo, don Francesco Albertini, promotore di una Confraternita intitolata appunto al Preziosissimo Sangue, nel cui seno si formarono grandi spiriti che ne proseguirono e ne diffusero la devozione.

Tra gli altri propagatori di questa devozione, brillano i nomi di S.Gaspare del Bufalo, fondatore dei Missionari del Preziosissimo Sangue, e di S. Maria De Mattias, che fondò le Suore Adoratrici del Sangue di Cristo. In tutta Italia e anche nel mondo, sorsero diversi Istituti femminili dedicati al Sangue di Cristo, come le Suore del Preziosissimo Sangue, fondate a Monza da Madre Maria Matilde Bucchi, le Figlie della Carità del Prezioso Sangue, fondate a Pagani (SA) da don Tommaso Fusco. E ai nostri giorni altre congregazioni presero vita a Honk Kong, in Sudafrica e negli USA.

Nel 1822, S. Gaspare presentò istanza alla Santa Sede per ottenere il “Nulla osta” per la celebrazione della festa del Preziosissimo Sangue. La Sacra Congregazione dei Riti Religiosi, concesse di celebrarla la prima domenica di luglio, ma solo all’interno della congregazione di S. Gaspare.

Pio IX la fissò al primo luglio, e Pio XI la elevò a rito doppio di prima classe nell’aprile 1934, a ricordo del XIX centenario della Redenzione.

Vasta eco nel mondo dopo le parole del Papa sul contenuto del sarcofago di San Paolo

Grande emozione tra i fedeli di tutto il mondo dopo che ieri il Santo Padre ha rivelato il risultato dell’indagine scientifica svolta all’interno del sarcofago tradizionalmente ritenuto di San Paolo nella Basilica Ostiense. L’esame dei frammenti ossei prelevati è stata una conferma: si tratta della tomba di San Paolo, i resti mortali sono quelli dell’Apostolo delle genti.
Sull’importante scoperta Paolo Ondarza, per RADIO VATICANA, ha sentito il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, arciprete della Basilica ostiense:

R. – Circa un anno e mezzo fa, il Santo Padre ci ha autorizzato a fare un piccolissimo foro per poter entrare con una sonda e vedere o analizzare cosa c’è all’interno. Questo è stato eseguito con segretezza perché la cosa non dovesse avere, fino a che non si avevano conferme, nessuna pubblicità particolare.

D. – L’analisi a che cosa ha portato e come si è svolta?

R. – Questa analisi microscopica ha confermato che all’interno del sarcofago ci sono dei tessuti importanti di lino e porpora intessuti con fili di oro e che ci sono anche dei resti umani. Grazie alla sonda, si sono potute prelevare delle piccolissime parti. L’analisi al carbonio 14, fatta da un istituto che ne ignora l’origine, ha confermato trattarsi una persona vissuta fra il I e il II secolo. All’intorno sono stati trovati anche dei grani di incenso. Tutto questo non fa che confermare l’importanza di una tomba in rilievo: una tomba che, avendo dei tessuti del genere e risalendo a quell’epoca e avendo una costanza ininterrotta di tradizioni, che sia cioé la tomba di Paolo, sembra confermare dunque l’autenticità.

D. – Le analisi su quanto trovato adesso proseguiranno?

R. – Può essere che se ne faccia un’analisi più accurata che però comporta un lavoro grosso perché occorrerebbe demolire l’altare papale, forse anche il baldacchino di Arnolfo di Cambio.

D. – Occorrerà molta prudenza anche per evitare che le opere d’arte contenute nella Basilica ostiense siano in qualche modo danneggiate…


R. – Certo, non possiamo. Specialmente durante l’Anno Paolino il Papa ha escluso di poter fare un cantiere, affermando che vi avremmo pensato in seguito.

D. – Eminenza, questa scoperta che importanza ha a livello di fede e per la storia della Basilica ostiense?

R. – E’ importante perché conferma la tradizione secondo la quale da circa 20 secoli la tomba si trova lì. Con tutto quello che nei secoli è successo: c’è stata una prima Basilica costantiniana, poi una seconda, poi una terza dopo l’incendio del 1823, e tutte sono sempre state attorniate da un punto fermo, mai mosso, cioè che è la tomba di Paolo, che era in un’antica tomba pagana: si trattava di un grande cimitero pagano di 5 mila tombe, situato nella zona, che poi piano si è trasformato prima in cimitero cristiano e poi addirittura è stato tutto coperto per farne l’attuale Basilica e l’attuale abbazia.

D. – In futuro, sarà possibile per i fedeli pregare vicino alla tomba di San Paolo e vedere qualcosa?

R. – Abbiamo fatto un foro microscopico per entrare con una sonda, ma non possiamo far entrare la gente a vedere questo. Però quello che abbiamo fatto poco più di un anno fa è di aprire il muro, che è del V secolo, che attornia tutta la tomba e, quindi, abbiamo aperto un varco e oggi si può vedere il fianco del sarcofago di Paolo. Questo l’abbiamo completato prima dell’Anno Paolino per dar modo a tutti i fedeli di potersi avvicinare e pregare davanti a quella che è la tomba di Paolo.

Intanto, dopo la celebrazione di ieri che ha visto Benedetto XVI concludere l’Anno Paolino, questa mattina nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura anche l’abate della comunità benedettina della Basilica, padre Edmund Power, ha celebrato una Messa di ringraziamento. Fabio Colagrande lo ha contattato per chiedergli un commento alle parole pronunciate ieri dal Papa su San Paolo come apostolo del “non conformismo”:

R. – Vediamo, nel mondo, tante cose che vanno contro il messaggio fondamentale del Vangelo, sia a livello morale che culturale: i valori, cioè, sono spesso in contrasto con quelli del servizio dell’amore e del rispetto che possiamo trovare nel Vangelo. Credo sia questo il livello del quale il Papa sta parlando.

D. – Padre Powell, quali sono stati, secondo lei, i frutti spirituali più notevoli di quest’Anno Paolino?

R. – Direi che il frutto essenziale è la conversione. Ed ho notato che tanta gente ha risposto alla persona di Paolo ed ancor più al messaggio di Paolo, questa persona che ha avuto un influsso così grande nella tradizione cristiana. Ho notato che sono venute molte persone, davvero toccate dal messaggio di Paolo, e questo può magari significare l’inizio di una conversione. Poi, però, ogni persona deve viverla, questa conversione, e seguire il suo cammino. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

Benedetto XVI parla della prossima pubblicazione dell’Enciclica “Caritas in veritate”.

Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Benedetto XVI ha presieduto questa mattina nella Basilica Vaticana la celebrazione dell’Eucaristia con alcuni arcivescovi metropoliti, ai quali ha imposto il Sacro Pallio. Come ogni anno è giunta a Roma la delegazione del Patriarcato ortodosso ecumenico. Il Papa ha espresso l’augurio che “la comune venerazione di questi martiri sia pegno di comunione sempre più piena e sentita tra i cristiani del mondo”. Poi all’Angelus ha annunciato la prossima pubblicazione della sua terza attesa Enciclica, che porterà la data di oggi e sarà dedicata alle tematiche sociali. Il servizio di Fausta Speranza per RADIO VATICANA:

Si intitola Caritas in veritate e la sua pubblicazione è “ormai prossima”. Il Papa spiega di aver ripreso le tematiche sociali contenute nella Populorum progressio, scritta dal Servo di Dio Paolo VI nel 1967:

“Intende approfondire alcuni aspetti dello sviluppo integrale nella nostra epoca, alla luce della carità nella verità. Affido alla vostra preghiera questo ulteriore contributo che la Chiesa offre all’umanità nel suo impegno per un progresso sostenibile, nel pieno rispetto della dignità umana e delle reali esigenze di tutti”.

Ricordando l’Anno Paolino concluso ieri e commentando la Prima Lettera di San Pietro, il Papa ha parlato dell’impegno dei presbiteri, di fede e ragione, del bisogno di non dimenticare l’anima. San Pietro chiama Cristo “pastore e custode delle anime” e Benedetto XVI spiega il significato di custode e il valore di tutto ciò nell’Anno sacerdotale:

“Certamente non s’intende una sorveglianza esterna, come s’addice forse ad una guardia carceraria. S’intende piuttosto un vedere dall’alto – un vedere a partire dall’elevatezza di Dio. Un vedere nella prospettiva di Dio è un vedere dell’amore che vuole servire l’altro, vuole aiutarlo a diventare veramente se stesso.”

E aggiunge:

“Guardando a partire da Dio, si ha una visione d’insieme, si vedono i pericoli come anche le speranze e le possibilità”.


“Se Cristo è il vescovo delle anime – spiega il Papa – l’obiettivo è quello di evitare che l’anima dell’uomo si immiserisca”:

“Gesù, il ‘vescovo delle anime’, è il prototipo di ogni ministero episcopale e sacerdotale. Essere vescovo, essere sacerdote significa in questa prospettiva: assumere la posizione di Cristo. Pensare, vedere ed agire a partire dalla sua posizione elevata. A partire da Lui essere a disposizione degli uomini, affinché trovino la vita.”

E Benedetto XVI ai sacerdoti chiede coerenza di vita:

“Non basta parlare. I pastori devono farsi ‘modelli del gregge’”.

Il Papa parla della fede cristiana, sottolineando che la fede “è speranza, apre la via verso il futuro”. E ribadisce la relazione tra fede e ragione:

“La fede proviene dalla Ragione eterna che è entrata nel nostro mondo e ci ha mostrato il vero Dio. Va al di là della capacità propria della nostra ragione, così come l’amore vede più della semplice intelligenza. Ma la fede parla alla ragione e nel confronto dialettico può tener testa alla ragione”.

E torna a parlare delle responsabilità dei presbiteri:

“Come Pastori del nostro tempo abbiamo il compito di comprendere noi per primi la ragione della fede. Il compito di non lasciarla rimanere semplicemente una tradizione, ma di riconoscerla come risposta alle nostre domande.”

Benedetto XVI afferma che la meta della fede cristiana è la salvezza delle anime, soffermandosi su alcuni rischi del nostro tempo:

“Nel mondo del linguaggio e del pensiero dell’attuale cristianità questa è un’affermazione strana, per alcuni forse addirittura scandalosa. La parola ‘anima’ è caduta in discredito.”

E il Papa avverte:

“Resta vero che l’incuria per le anime, l’immiserirsi dell’uomo interiore non distrugge soltanto il singolo, ma minaccia il destino dell’umanità nel suo insieme. Senza risanamento delle anime, senza risanamento dell’uomo dal di dentro, non può esserci una salvezza per l’umanità.”

La vera malattia delle anime San Pietro la qualifica come ignoranza, cioè come non conoscenza di Dio. “Chi non conosce Dio, chi almeno non lo cerca sinceramente, resta fuori della vera vita”, dice il Papa. E in tema di salvezza delle anime sottolinea che “è l’obbedienza alla verità che rende pura l’anima”.

All’Angelus il Papa è tornato a parlare del “Pescatore di Galilea che per primo confessò la fede nel Cristo” e dell’antico “persecutore dei cristiani che annunziò la salvezza a tutte le genti”. Per poi rivolgere la sua parola di pastore:

“Come vostro Pastore, vi esorto a restare fedeli alla vocazione cristiana e a non conformarvi alla mentalità di questo mondo – come scriveva l’Apostolo delle genti proprio ai cristiani di Roma – ma a lasciarvi sempre trasformare e rinnovare dal Vangelo, per seguire ciò che è veramente buono e gradito a Dio”

In particolare, Benedetto XVI rivolge il pensiero alla comunità diocesana di Roma che – dice – “la Provvidenza divina ha affidato alle mie cure”. Con la preghiera che “Roma mantenga viva la sua tradizione cristiana” conservando il patrimonio spirituale e culturale e assicurando sempre “un’atmosfera carica di umanità e di valori evangelici”.

Papa: fatte analisi tomba S. Paolo, trovati resti Apostolo

Il Papa non ha nascosto stasera la sua “profonda emozione” nel fare un annuncio che rappresenta a suo modo una tappa miliare nella storia della Chiesa: è stata fatta la prima ricognizione, attraverso una sonda, nella tomba di San Paolo, sotto l’omonima basilica romana.

Le analisi e i reperti trovati, frammenti d’ossa, grani d’incenso, un lino laminato d’oro, hanno confermato – ha proclamato Ratzinger – la tradizione religiosa di quasi 20 secoli, secondo cui, proprio in quel sarcofago, vengono venerati i resti dell’apostolo delle genti.

L’Anno Paolino, dedicato al bimillenario della nascita di Paolo di Tarso, non poteva concludersi oggi in modo più degno. La Chiesa cattolica aveva effettuato scavi e ricerche per individuare con certezza la tomba di Pietro, cardine della stessa fede cattolica e del primato del vescovo di Roma; attorno al sarcofago di Paolo e di che cosa contenesse, era sempre rimasto invece un alone di incertezza. Nella Basilica romana dedicata all’apostolo delle genti, durante una cerimonia ecumenica a cui ha preso parte anche una delegazione ortodossa da Costantinopoli (Istanbul), Benedetto XVI ha spiegato la recente e “attenta” analisi scientifica.

“Nel sarcofago che non è mai stato aperto in tanti secoli – ha raccontato il pontefice – è stata praticata una piccolissima perforazione per produrre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. E’ stata anche rilevata la presenza di grani di incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree”. “Inoltre – ha proseguito – piccolissimi frammenti ossei , sottoposti all’esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza sono risultati appartenere a persona vissuta tra il primo e il secondo secolo”.

“Ciò – ha concluso – sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione”. Al suo fianco, l’arciprete della Basilica, il card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, che solo due giorni fa, in una conferenza stampa in Vaticano, si era limitato ad accennare a progetti futuri di ricognizione. Gli Atti degli Apostoli narrano che Paolo fu catturato, su accusa dei giudei del Tempio, verso la fine degli anni 50 a Gerusalemme, dove si era recato per celebrare la Pentecoste insieme ai cristiani locali. In quanto cittadino romano, chiese di essere giudicato a Roma, dove arrivò nel 60-62, dopo essere stato per anni agli arresti domiciliari a Cesarea Marittima e al termine di un viaggio rocambolesco, con tanto di naufragio a Malta. San Paolo fu probabilmente liberato e poi arrestato nuovamente: il suo martirio avvenne per decapitazione, come si usava con i cittadini romani, verso il 66-67 sulla via Laurentina, in un posto chiamato allora ‘le tre taverne’ e divenuto oggi ‘le tre fontane’.

La sepoltura fu fatta sulla via Ostiense, dove sorge la Basilica di San Paolo Fuori le Mura. Già dal secondo secolo d. C., si pregava sulla tomba di Paolo, come attesta il racconto di un presbitero dell’epoca, tal Giaio. Da allora la venerazione è proseguita nei secoli, fino ai giorni nostri. Certo, manca la possibilità di effettuare prove scientifiche moderne come la prova del Dna, ma le analisi rivelate oggi dal papa offrono un’importante conferma alla tradizione religiosa.

Il Papa all’Angelus: sacerdoti siate santi, coraggiosi testimoni di Cristo

Sacerdoti santi, consapevoli di portare un tesoro inestimabile in vasi di creta e pronti a testimoniare fino al martirio la bellezza di essere totalmente consacrati a Dio e alla Chiesa: è il profilo del sacerdote fedele tracciato dal Papa oggi all’Angelus in Piazza San Pietro. Solo attraverso questi testimoni la Chiesa può convincere il mondo.

Il servizio di Sergio Centofanti per RADIO VATICANO.

Il Papa indica ai sacerdoti di tutto il mondo l’esempio dell’Apostolo delle Genti. L’Anno a lui dedicato è quasi concluso: “un anno importante” – lo ha definito – “una sfida a trasformare la nostra vita quotidiana in una coraggiosa testimonianza di Cristo”:

“E’ stato un vero tempo di grazia in cui, mediante i pellegrinaggi, le catechesi, numerose pubblicazioni e diverse iniziative, la figura di San Paolo è stata riproposta in tutta la Chiesa e il suo vibrante messaggio ha ravvivato ovunque, nelle comunità cristiane, la passione per Cristo e per il Vangelo”.

L’Anno Paolino si è intrecciato con l’Anno Sacerdotale, inaugurato il 19 giugno scorso, solennità del Sacro Cuore di Gesù, in occasione del 150° anniversario della morte di Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d’Ars. “Un ulteriore impulso spirituale e pastorale” – ha spiegato Benedetto XVI – che – ha detto – “non mancherà di recare tanti benefici al popolo cristiano e specialmente al clero”. Ma qual è la finalità dell’Anno Sacerdotale?

“Come ho scritto nell’apposita lettera che ho inviato ai sacerdoti, esso intende contribuire a promuovere l’impegno di interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi. L’apostolo Paolo costituisce, in proposito, un modello splendido da imitare non tanto nella concretezza della vita – la sua infatti fu davvero straordinaria – ma nell’amore per Cristo, nello zelo per l’annuncio del Vangelo, nella dedizione alle comunità, nella elaborazione di efficaci sintesi di teologia pastorale”.

“San Paolo – ha proseguito il Pontefice – è esempio di sacerdote totalmente identificato col suo ministero – come sarà anche il Santo Curato d’Ars –, consapevole di portare un tesoro inestimabile, cioè il messaggio della salvezza, ma di portarlo in un “vaso di creta” (cfr 2 Cor 4,7); perciò egli è forte e umile nello stesso tempo, intimamente persuaso che tutto è merito di Dio, tutto è sua grazia”.

“L’amore del Cristo ci possiede – scrive l’Apostolo, e questo può ben essere il motto di ogni sacerdote, che lo Spirito ‘avvince’ (cfr At 20,22) per farne un fedele amministratore dei misteri di Dio (cfr 1 Cor 4,1-2): il presbitero deve essere tutto di Cristo e tutto della Chiesa, alla quale è chiamato a dedicarsi con amore indiviso, come uno sposo fedele verso la sua sposa”.
Il Papa invoca quindi l’intercessione della Vergine Maria, “perché ottenga dal Signore abbondanti benedizioni per i sacerdoti” durante quest’anno a loro dedicato:

“La Madonna, che san Giovanni Maria Vianney tanto amò e fece amare dai suoi parrocchiani, aiuti ogni sacerdote a ravvivare il dono di Dio che è in lui in virtù della santa Ordinazione, così che egli cresca nella santità e sia pronto a testimoniare, se necessario sino al martirio, la bellezza della sua totale e definitiva consacrazione a Cristo e alla Chiesa”.
“L’uomo è fatto per la vita” – ha affermato ancora il Papa salutando i fedeli francesi e riferendosi alla liturgia di questa domenica:

“Quiconque accepte de croire au Christ…

“Chiunque accetta di credere in Cristo e di fondare la sua esistenza sul suo amore – ha concluso – riceve da Lui la forza che fa vivere”.