Benedetto XVI all’udienza generale: il cristiano non si stanchi di tessere rapporti di fraternità

Apertura al prossimo, perdono e ricerca della pace sono da sempre i tratti distintivi dello stile di vita cristiano, tanto più importanti oggi in un tempo segnato da intolleranza, incomunicabilità e conflitti. Lo ha affermato Benedetto XVI, all’udienza generale in Piazza San Pietro prendendo spunto dalle qualità spirituali e umane che testimoniò Pietro il Venerabile, uno dei grandi monaci dell’abbazia di Cluny nel Medioevo.

Il servizio di Alessandro De Carolis:

Viene dal Medioevo un nuovo esempio per il mondo contemporaneo di cosa possano creare i valori cristiani quando si sposano a qualità umane come l’equilibrio, la mitezza, il senso della misura, la magnanimità. La figura di sintesi è quella di Pietro il Venerabile, uno dei “santi abati” di Cluny, alla cui carica fu eletto nel 1122 rimanendovi fino alla morte, avvenuta nella Notte di Natale del 1156. Rettitudine, lealtà, lucidità, speciale attitudine a mediare: Benedetto XVI ha elencato alle migliaia di persone presenti alla catechesi le doti di questo antico monaco, definito “asceta rigoroso con se stesso e comprensivo con gli altri”. A un tempo “severo” e “dotato di profonda umanità”:
“Di indole sensibile e affettuosa, sapeva congiungere l’amore per il Signore con la tenerezza verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso gli amici. Fu un cultore dell’amicizia, in modo speciale nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si confidavano con lui, sicuri di essere accolti e compresi”.

Dal compendio delle virtù di un uomo di mille anni fa, che si riconosceva per indole “portato all’indulgenza” perché – scriveva – “sono assuefatto a sopportare e perdonare”, il Papa ha tratto un esempio sempre valido anche mille anni più tardi:
“Potremmo dire che questo santo Abate costituisce un esempio anche per i monaci e i cristiani di questo nostro tempo, segnato da un ritmo di vita frenetico, dove non rari sono gli episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti. La sua testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con l’amore al prossimo, e a non stancarci nel riannodare rapporti di fraternità e di riconciliazione”.

Dal punta di vista spirituale e pastorale, ha spiegato il Pontefice, Pietro il Venerabile si distingue negli anni del suo ministero per il suo amore all’Eucaristia – sulla quale, ha affermato Benedetto XVI, ha lasciato pagine-capolavoro grazie anche al suo notevole talento letterario – e per la venerazione nutrita nei riguardi della Vergine. Ma “vivo”, ha soggiunto il Papa, appare anche il suo “senso ecclesiale”, che si traduce “in cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani”:
“Per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno storico recente: ‘In mezzo all’intransigenza degli uomini del Medioevo – anche dei più grandi tra essi – noi ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui conduce la carità cristiana’”.

Dunque, ha ribadito Benedetto XVI, un esempio di “santità monastica” di stampo benedettino che non smette di insegnare, in qualsiasi tempo, che un’esistenza “pervasa di amore profondo per Dio” diventa una vita di amore e di “sincera apertura al prossimo, nel perdono, e nella ricerca della pace”:

“Potremmo dire, concludendo, che se questo stile di vita unito al lavoro quotidiano, costituisce, per san Benedetto, l’ideale del monaco, esso concerne anche tutti noi, può essere, in grande misura, lo stile di vita del cristiano che vuole diventare autentico discepolo di Cristo, caratterizzato proprio dall’adesione tenace a Lui, dall’umiltà, dalla laboriosità e dalla capacità di perdono e di pace”.
Al termine delle catechesi in sintesi, oggi in dieci lingue, il Papa ha rivolto come di consueto saluti ai vari gruppi presenti in Piazza San Pietro, tra i quali quello dei Consoli di Milano e della Lombardia, esortati “ad operare con rinnovato impegno in favore dell’uomo e della sua dignità”, e quello dei delegati internazionali dell’emittente Radio Maria:

“Li incoraggio a proseguire la loro importante opera a servizio della diffusione del Vangelo”.

“L’Eucaristia: comunione con Cristo e tra di noi”: è il tema scelto per il Congresso Eucaristico”

“L’Eucaristia: comunione con Cristo è tra di noi”: è questo il tema scelto da Benedetto XVI per il prossimo 50.mo Congresso eucaristico internazionale che si terrà a Dublino dal 10 al 17 giugno del 2012. La notizia viene diffusa oggi dal Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali, che sottolinea come la scelta del tema nasca dalla felice coincidenza della celebrazione del Congresso con il 50.mo anniversario dell’inaugurazione del Concilio Vaticano II.

Il servizio di Alessandro Gisotti, per Radio Vaticana:

Il tema scelto dal Papa per il Congresso eucaristico di Dublino, sottolinea la nota del Pontificio Comitato, trova “diretta ispirazione” nella Costituzione “Lumen Gentium”, laddove si afferma che “partecipando realmente del corpo del Signore nella frazione del pane eucaristico, siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi”.

L’arcivescovo della capitale irlandese, Diarmuid Martin, prosegue il comunicato, auspica che “la riunione della Chiesa universale a Dublino aiuti a comprendere l’Eucaristia come vera e personale comunione con Gesù Cristo e a riscoprire la fisionomia essenzialmente Eucaristica di ogni comunità cristiana”.

L’arcivescovo Martin sottolinea inoltre la possibilità di sviluppare l’argomento del prossimo Congresso Eucaristico Internazionale con la riflessione su alcuni temi importanti. Tra questi: la comunione con Cristo come fondamento dell’esistenza cristiana; l’Eucaristia come forma di vita per i presbiteri, le famiglie cristiane, le comunità religiose; il gesto dello “spezzare il pane” come principio della solidarietà cristiana; l’Eucaristia seme di vita per il mondo della sofferenza e della fragilità; l’ecumenismo e la partecipazione all’unico pane. Intanto, conclude la nota del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali, nella capitale irlandese, si è già installato il Comitato locale che si occuperà della stesura del testo teologico di base e della preparazione all’evento del 2012.

23 Settembre: San Pio da Pietrelcina (Francesco Forgione)

San Pio da Pietrelcina (Francesco) Forgione, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che nel convento di San Giovanni Rotondo in Puglia si impegnò molto nella direzione spirituale dei fedeli e nella riconciliazione dei penitenti ed ebbe tanta provvidente cura verso i bisognosi e i poveri da concludere in questo giorno il suo pellegrinaggio terreno pienamente configurato a Cristo crocifisso. (Martirologio Romano)
Erede spirituale di San Francesco d’Assisi, Padre Pio da Pietrelcina è stato il primo sacerdote a portare impressi sul suo corpo i segni della crocifissione.
Già noto al mondo come il “Frate stigmatizzato”, Padre Pio, al quale il Signore aveva donato particolari carismi, si adoperò con tutte le sue forze per la salvezza delle anime. Le moltissime testimonianze dirette della “santità” del Frate, arrivano sino ai nostri giorni, accompagnate da sentimenti di gratitudine.
Le sue intercessioni provvidenziali presso Dio furono per molti uomini causa di guarigione nel corpo e motivo di rinascita nello Spirito.

Padre Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, nacque a Pietrelcina, un piccolo paese del beneventano, il 25 maggio 1887. Venne al mondo in casa di gente povera dove il papà Grazio Forgione e la mamma Maria  Giuseppa Di Nunzio avevano accolto già altri figli. Fin dalla tenera età Francesco sperimentava in se il desiderio di consacrarsi totalmente a Dio e questo desiderio lo distingueva dai suoi coetanei. Tale “diversità” fu oggetto di osservazione da parte dei suoi parenti e dei suoi amici. Raccontava mamma Peppa – “non commetteva nessuna mancanza, non faceva capricci, ubbidiva sempre a me e a suo padre, ogni mattina ed ogni sera si recava in chiesa a visitare Gesù e la Madonna. Durante il giorno non usciva mai con i compagni. Qualche volta gli dicevo: “Francì esci un pò a giocare. Egli si rifiutava dicendo: “non ci voglio andare perché essi bestemmiano”.
Dal diario di Padre Agostino da San Marco in Lamis, che fu uno dei direttori spirituali di Padre Pio, si venne a sapere che Padre Pio, fin dal 1892, quando aveva solo cinque anni, viveva già le sue prime esperienze carismatiche. Estasi ed apparizioni erano così frequenti che il bambino le riteneva assolutamente normali.

Con il passare del tempo poté realizzarsi quello che per Francesco era il più grande sogno: consacrare totalmente la vita al Signore. Il 6 gennaio 1903, a sedici anni, entrò come chierico nell’Ordine dei Cappuccini e fu ordinato sacerdote nel Duomo di Benevento, il 10 agosto 1910.
Ebbe così inizio la sua vita sacerdotale che a causa della sue precarie condizioni di salute, si svolgerà dapprima in diversi conventi del beneventano, dove fra Pio fu inviato dai suoi superiori per favorirne la guarigione, poi, a partire dal 4 settembre 1916, nel convento di San Giovanni Rotondo, sul Gargano, dove, salvo poche e brevi interruzioni, rimase fino al 23 settembre 1968, giorno della sua nascita al cielo.

In questo lungo periodo, quando eventi di particolare importanza non modificavano la quiete conventuale, Padre Pio dava inizio alla sua giornata svegliandosi prestissimo, molto prima dell’alba, cominciando con la preghiera di preparazione alla Santa Messa. Successivamente scendeva in chiesa per la celebrazione dell’Eucarestia al quale seguivano il lungo ringraziamento e la preghiera sul matroneo davanti a Gesù Sacramentato, infine le lunghissime confessioni.

Uno degli eventi che segnarono profondamente la vita del Padre fu quello verificatosi la mattina del 20 settembre 1918, quando, pregando davanti al Crocifisso del coro della vecchia chiesina, ricevette il dono delle stimmate, visibili; che rimasero aperte, fresche e sanguinanti, per mezzo secolo.
Questo fenomeno straordinario catalizzò, su Padre Pio l’attenzione dei medici, degli studiosi, dei giornalisti ma soprattutto della gente comune che, nel corso di tanti decenni si recò a San Giovanni Rotondo per incontrare il “Santo” frate.

In una lettera a Padre Benedetto, datata 22 ottobre 1918, lo stesso Padre Pio racconta della sua “crocifissione”:
“…cosa dirvi di ciò che mi dimandate del come si è avvenuta la mia crocifissione? Mio Dio che confusione e che umiliazione io provo nel dover manifestare ciò che Tu hai operato in questa tua meschina creatura! Era la mattina del 20 dello scorso mese (settembre) in coro, dopo la celebrazione della Santa Messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile ad un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni, non che le stesse facoltà dell’anima si trovarono in una quiete indescrivibile. In tutto questo vi fu totale silenzio intorno a me e dentro di me; vi subentrò subito una gran pace ed abbandono alla completa privazione del tutto e una posa nella stessa rovina, tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si andava operando; mi vidi dinanzi un misterioso personaggio; simile a quello visto la sera del 5 agosto, che differenziava in questo solamente che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondava sangue. La sua vista mi atterrisce; ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sbalzare dal petto. La vista del personaggio si ritira ed io mi avvidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue. Immaginate lo strazio che sperimentai allora e che vado esperimentando continuamente quasi tutti i giorni. La ferita del cuore gitta assiduamente del sangue, specie dal giovedì a sera sino al sabato.
Padre mio, io muoio di dolore per lo strazio e per la confusione susseguente che io provo nell’intimo dell’anima. Temo di morire dissanguato, se il Signore non ascolta i gemiti del mio povero cuore e col ritirare da me questa operazione….”

Per anni, quindi, da ogni parte del mondo, i fedeli si recarono da questo sacerdote stigmatizzato, per ottenere la sua potente intercessione presso Dio.
Cinquant’anni vissuti nella preghiera, nell’umiltà, nella sofferenza e nel sacrificio, dove per attuare il suo amore, Padre Pio realizzò due iniziative in due direzioni: una verticale verso Dio, con la costituzione dei “Gruppi di preghiera”, l’altra orizzontale verso i fratelli, con la costruzione di un moderno ospedale: “Casa Sollievo della Sofferenza”.
Nel settembre del 1968 migliaia di devoti e figli spirituali del Padre si radunarono in convegno a San Giovanni Rotondo per commemorare insieme il 50° anniversario delle stigmate e celebrare il quarto convegno internazionale dei Gruppi di Preghiera.
Nessuno avrebbe immaginato invece che alle 2.30 del 23 settembre 1968 avrebbe avuto termine la vita terrena di Padre Pio da Pietrelcina.

Papa ricorda Simeone il Nuovo Teologo: rispondere con l’amore all’odio e con il perdono all’offesa

Per ogni fedele è essenziale crescere nell’amore e nella conoscenza di Gesù Cristo: è l’esortazione di Benedetto XVI all’udienza generale di stamani in Aula Paolo VI, dedicata alla figura di Simeone il Nuovo Teologo. Il Papa si è soffermato sull’esperienza spirituale del monaco orientale vissuto tra il X e l’XI secolo, che nella sua ricerca di Dio si lasciò sempre guidare dall’amore per il prossimo.

Il servizio di Alessandro Gisotti, per Radio Vaticana:

“La vera conoscenza di Dio non viene dai libri, ma dall’esperienza spirituale”: è uno degli insegnamenti di Simeone il Nuovo Teologo ricordati da Benedetto XVI, che riprendendo le parole del monaco vissuto a Costantinopoli mille anni fa ha sottolineato l’importanza della “conversione del cuore, grazie alla forza della fede e dell’amore”. Una conversione, ha proseguito il Papa, che “passa attraverso un profondo pentimento e dolore sincero per i propri peccati, per giungere all’unione con Cristo, fonte di gioia e di pace”. Simeone il Nuovo Teologo ci richiama dunque ad una grande attenzione alla vita spirituale:

“Se infatti giustamente ci si preoccupa di curare la nostra crescita fisica, umana ed intellettuale, è ancor più importante non trascurare la crescita interiore, che consiste nella conoscenza di Dio, nella vera conoscenza, non solo appresa dai libri, ma interiore, e nella comunione con Dio, per sperimentare il suo aiuto in ogni momento e in ogni circostanza”.

L’amore di Dio, ci rammenta ancora Simeone il Nuovo Teologo, “cresce in noi se rimaniamo uniti a Lui con la preghiera e con l’ascolto della sua parola”:

“Solamente l’amore divino ci fa aprire il cuore agli altri e ci rende sensibili alle loro necessità, facendoci considerare tutti come fratelli e invitandoci a rispondere con l’amore all’odio e con il perdono all’offesa”.

Una lezione che Simeone mise in pratica nella sua vita. Fu infatti vittima di incomprensioni e patì anche l’esilio prima di essere riabilitato dal Patriarca di Costantinopoli, Sergio II. E tuttavia avvertì in se stesso “un intenso trasporto d’amore” per i propri nemici.

“Come spiegarlo? Evidentemente non poteva venire da lui un tale amore, ma doveva sgorgare da un’altra fonte. Simeone capì che proveniva da Cristo presente in lui e tutto gli divenne chiaro: ebbe la prova sicura che la fonte dell’amore in se stesso era la presenza di Cristo”.

Di Simeone, il Papa non ha mancato di ricordare l’esperienza dell’unione mistica con Dio e ha rammentato che “sotto l’influsso delle illuminazioni interiori”, si mise alla ricerca di una persona che lo orientasse e lo aiutasse “a progredire nel cammino di unione con Dio”. E trovò questa guida spirituale in Simeone il Pio, un semplice monaco di Costantinopoli. Un ulteriore elemento della sua spiritualità particolarmente attuale:

“Vorrei dire che rimane valido per tutti – sacerdoti, persone consacrate e laici, e specialmente per i giovani – l’invito a ricorrere ai consigli di un buon padre spirituale, capace di accompagnare ciascuno nella conoscenza profonda di se stesso, e condurlo all’unione con il Signore, affinché la sua esistenza si conformi sempre più al Vangelo”.

Cosa resta dunque di questa grande figura di monaco, mistico che tanto ha influito sulla teologia e la spiritualità dell’Oriente? Il Papa ha provato a sintetizzare così l’eredità spirituale di Simeone il Nuovo Teologo al termine della catechesi:

“Nella sua incessante ricerca di Dio, pur nelle difficoltà che incontrò e nelle critiche di cui fu oggetto, egli si lasciò guidare dall’amore. Seppe vivere lui stesso e insegnare ai suoi monaci che l’essenziale per ogni discepolo di Gesù è crescere nell’amore e nella conoscenza di Lui, per poter affermare con San Paolo: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’”.

Al momento dei saluti ai pellegrini, il Papa ha ricordato che ieri la Chiesa ha fatto memoria della Beata Vergine Maria Addolorata. Ha così esortato i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli a guardare con fiducia a Maria nei momenti di difficoltà:
“Cari giovani, non abbiate paura di restare anche voi come Maria presso la Croce, per trovare il coraggio di superare ogni ostacolo nella vostra esistenza. E voi, cari malati, possiate trovare in Maria conforto e sostegno per apprendere dal Signore Crocifisso il valore salvifico della sofferenza. Voi, cari sposi novelli, rivolgetevi con fiducia nei momenti di difficoltà alla Vergine Addolorata, che vi aiuterà ad affrontarli con la sua materna intercessione”.

Non laicizzare i sacerdoti, non clericalizzare i laici: così il Papa ai vescovi brasiliani

La differenza tra il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale è   stata al  centro del discorso che il Papa ha fatto stamane al      gruppo  di vescovi brasiliani  della Regione Nordest 2, a Roma per la  visita  ”ad Limina”. Nelle parole di  Benedetto XVI anche la  raccomandazione ai sacerdoti a vivere con coerenza e  fedeltà il  proprio mandato.

Il servizio di Fausta Speranza, per Radio Vaticana:

“E’ necessário evitar a secularização dos sacerdotes e a clericalização dos leigos…”
Evitare di laicizzare i preti e di clericalizzare i laici: lo chiede il Papa spiegando che “approfondire in modo armonico, corretto e chiaro” la relazione tra sacerdozio comune dei laici e sacerdozio ministeriale dei presbiteri è “uno dei punti più delicati della vita della Chiesa”. Dunque Benedetto XVI chiarisce: “E’ importante che ognuno agisca secondo la propria condizione”. Dunque “i laici si impegnino nella realtà anche attraverso il coinvolgimento politico, secondo la visione antropologica cristiana e la dottrina sociale della Chiesa”. “I sacerdoti, invece, devono evitare il coinvolgimento in prima persona nella politica”. Il Papa spiega perché: “I sacerdoti devono favorire l’unità e la comunione di tutti i fedeli e restare sempre punto di riferimento per tutti”. Benedetto XVI chiede ai vescovi del Brasile di “concentrare gli sforzi perché ci siano nelle loro diocesi nuove vocazioni”, perché ci siano “più sacerdoti e meglio formati”. Con una raccomandazione: i presbiteri sono chiamati a vivere con coerenza e pienezza di grazia il Sacramento dell’Ordinazione”.

“Sabemos que «a missão de salvação, confiada pelo Pai a seu Filho encarnado…”
Ricorda che la missione di salvezza che Dio Padre ha voluto attraverso il Figlio incarnato è stata affidata poi agli Apostoli e ai suoi successori. Da qui la “funzione essenziale e insostituibile del sacerdote, attraverso l’annuncio della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, prima di tutto l’Eucaristia. Da qui l’invocazione a Cristo perché mandi operai nella sua vigna.

“Já se manifestam numerosos sinais de esperança para o futuro…”
Riconoscendo “numerosi segni di speranza” nella realtà della Chiesa brasiliana, il Papa parla di “un futuro che Dio sta preparando attraverso lo zelo e la fedeltà con i quali i vescovi esercitano il proprio ministero episcopale”. Il Papa indica due modelli: il Santo Curato d’Ars e Fra Antonio de Sant’Anna Galvao.

18 Settembre: San Giuseppe da Copertino Sacerdote

Oggi la Chiesa fa memoria di San Giuseppe da Copertino. A Osimo nelle Marche, san Giuseppe da Copertino, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, che, nonostante le difficoltà affrontate durante la sua vita, rifulse per povertà, umiltà e carità verso i bisognosi di Dio.

Giuseppe Desa nasce il 17 Giugno 1603 in una stalla, perché il padre, Felice, custode del castello dei marchesi di Copertino, provincia di Lecce, si era dato alla macchia per aver firmato troppe cambiali in favore di alcuni amici.

Sua Madre, Franceschina Panaca, era una donna forte e rigorosa, tanto che Giuseppe, diventato frate, ricordando gli anni della sua infanzia disse che “il primo noviziato glielo aveva fatto fare lei”.

L’ambiente poco sereno e inadatto per un bambino lo fece crescere un po’ trasognato, distratto, tanto da meritargli il nomignolo di “boccaperta” per essere rimasto incantato all’ascolto del suono dell’organo durante le prove di canto.

A sette anni fu mandato a scuola, ma dovette presto lasciarla perché un tumore cancrenoso lo costringerà a letto per 5 anni. In questo tempo, ascoltando i racconti di mamma Franceschina maturò il desiderio di vedere Assisi e di camminare alla sequela di San Francesco.

Un giorno la mamma lo condusse presso il Santuario di Santa Maria delle Grazie, nel vicino paese di Galatone. Ricevuta l’unzione con l’olio della lampada votiva Giuseppe guarì all’istante e tornò a Copertino con le proprie gambe.

Sui 16 anni cominciò a fare il calzolaio, ma si rivelò un vero fallimento. Chiese in questo periodo di entrare tra i Frati Minori Osservanti ma ebbe poca fortuna e fu giudicato inadatto a tutto. Fu accettato come “fratello laico” tra i Cappuccini e nell’agosto 1620 fu inviato a Martina Franca per l’anno di Noviziato col nome di fra Stefano, ma qualche mese dopo fu rimandato perché “inetto a qualsiasi mansione”.

Uscito dai Cappuccini si vergognò di tornare a Copertino e andò presso uno zio Conventuale che lo avvisò della avvenuta morte del padre, e dei soldati che ora cercavano lui, come erede dei debiti da pagare. Fu necessario nasconderlo e il luogo più adatto sembrò la Grottella, una chiesetta dedicata alla Madonna. Con la provvidenziale complicità di un frate sacrista che gli passava il cibo, trascorse circa sei mesi come “clandestino di Dio” in un bugigattolo addossato al Convento della Grottella. Visse così finché il sacrista stesso si presentò allo zio e diede buona relazione sul giovane, sempre applicato alle cose di Dio. Fatto sta che gli zii, entrambi francescani, mossi a compassione gli concessero l’abito da terziario, che godeva allora dell’immunità del “braccio secolare”: avrebbe fatto il servo in quel convento di campagna.

A 22 anni fu ammesso tra i “fratelli laici”, tra i frati cioè che emettono i voti, ma non sono ammessi al sacerdozio. Fra Giuseppe fece il suo anno di Noviziato da solo sotto la guida dello zio, padre Giambattista Panaca: superando qualche ostacolo nell’apprendimento del latino e della Regola di San Francesco a memoria. Spesso lo sorprendevano di notte a leggicchiare di nascosto o a farfugliare qualche frase in latino. Non gli mancava la buona volontà di curare lo studio, per il dovere che avvertiva di riempire i vuoti del tempo passato. Studiava di nascosto e si esercitava nello scrivere anche di notte.

Gli zii, al vederlo così pieno di buona volontà, decisero di presentarlo ai frati come possibile chierico. Tanto evidente fu l’intervento della Provvidenza che fu ammesso a continuare gli studi. Nell’anno di prova egli seppe sempre corrispondere, pur nei limiti delle sue possibilità, all’obbedienza e fu capace di condurre vita austera. “Per la sua bontà” fu ammesso alla Professione. Ad essa non venne mai meno e non si concesse mai “sconti”, continuando con fedeltà il cammino che si faceva ancora più arduo.

Scherzi della Provvidenza: Fra Giuseppe, riconosciuto come una persona scarsa di doti umane intellettuali e di una scienza adeguata, si prepara al sacerdozio. Fu presentato per ricevere gli Ordini Minori e ricevette la prima tonsura il 3 gennaio 1627; si predispose poi a ricevere il Diaconato. I candidati erano sottoposti ad un piccolo esame: leggere, cantare e spiegare il Vangelo. Fra Giuseppe si era preparato al limite delle sue forze, imparando a memoria il brano più breve dell’anno liturgico: “Beato il ventre che ti ha portato” a cui Gesù replica: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”.

Nell’imprevedibilità del disegno divino il Vescovo aprì la Bibbia a caso e a Fra Giuseppe capitò proprio proprio quel Vangelo, l’unico che sapeva bene a memoria! Fu lodato dal Vescovo anche per il suo buon canto e ricevette il Diaconato il 20 Marzo 1627.

Rimaneva l’esame di ammissione al sacerdozio: i candidati erano 5 per la Provincia di Puglia. I primi quattro avevano un curriculum regolare e conseguirono un buon risultato. Mentre stava per arrivare il turno di Fra Giuseppe un messaggero trafelato portò un ambasciata urgente al Vescovo: il trasferimento alla Diocesi di Anglona-Tursi.

Fatto sta che la tensione del vescovo sugli esami si allentò e così pensò di allargare anche all’ultimo candidato il giudizio positivo dato agli altri. Immensa fu la gioia di Giuseppe che si ritenne “miracolato” e fu ordinato sacerdote il 28 Marzo 1628. L’intervento divino, segno di una predilezione tutta particolare era ben chiaro: la consapevolezza di aver ricevuto veramente tutto da Dio diventerà per Fra Giuseppe uno stimolo a perseguire la santità.

I superiori lo lasciarono al Convento della Grottella anche per farlo sfuggire ad un controllo troppo evidente della sua miseria naturale. I dieci anni di apostolato che gli fu concesso dall’obbedienza di trascorrere alla Grottella (1628-1638), furono veramente ricchi di frutti spirituali, sia per Giuseppe, sia per i numerosi pellegrini e devoti che ricorrevano a lui, “il Santo della Grottella”.

Egli invitava tutti a ringraziare Maria, a chiedere la sua materna intercessione, ad abbandonarsi con fiducia tra le sue braccia. Quando dovette partire per Napoli per la denuncia all’Inquisizione, dovette staccarsi per sempre da quella Madonna. Ma dovunque si trovasse, sino alla morte a Lei rimase sempre unito col cuore e con la mente.

P. Giuseppe si distingueva per lo spirito di preghiera alla quale dedicava molte ore del giorno: il Signore gli concesse doni straordinari come estasi e levitazioni che confondevano l’umiltà del nostro santo il quale per parte sua evitava quanto più poteva di farsi vedere. Bastava un solo richiamo alle cose divine, attraverso una lettura, un salmo, un’immagine religiosa per essere a volte lanciato fuori di sé: Confidò a un confratello: “Quando nello schioppo la polvere da sparo si accende manda fuori quel boato e fragore. Così il cuore estatico acceso di amore di Dio”.

Il popolo cominciò a conoscere questi fenomeni, e spesso il nostro frate si ritrovava con l’abito tagliuzzato dai devoti, gli oggetti da lui usati facevano miracoli. Il P. Provinciale pensò di mandarlo a visitare tutti i conventi della Provincia religiosa per accrescere la devozione e la preghiera dei frati.

Fu l’inizio della sua Via Crucis. Al ritorno a Copertino trovò l’ordine del Sant’Uffizio di presentarsi a Napoli al tribunale perché accusato di messianismo.

Giuseppe obbedì, pur con fatica e superò tutte le prove previste, perché i suoi costumi e la sua dottrina erano ineccepibili. Tuttavia ricevette l’ingiunzione di essere trasferito in un conventino appartato e di regolare osservanza. Così venne mandato in Assisi, dove, al contrario, la sua popolarità aumentò.

Padre Giuseppe vivrà ad Assisi quindici anni: chiuso in tre stanzette a ridosso della selva, la sua giornata era un lungo colloquio con Dio, culminante nella Celebrazione Eucaristica nella cappella del vecchio noviziato: “Col mistero del Santissimo Sacramento -diceva – Dio ci ha donato tutti i tesori della divina onnipotenza e ci ha fatto palese l’eccesso del suo divino amore”.

Era nella Messa che Dio mostrava in lui lo splendore della sua potenza e dei suoi misteri rivelati ai piccoli. Giuseppe si sollevava in alto, cadeva con la faccia a terra, ballava, piangeva, gridava. A chi si meravigliava di queste strane manifestazioni spiegava: “Le persone che amano Dio sono come gli ubriachi, che non stanno in sé, e perciò cantano, ballano e fanno cose simili”. Giuseppe non amava queste manifestazioni esteriori della grazia che lo esponevano alla curiosità della gente e quasi si scusava dicendosi affetto da una malattia ignota, mentre pregava il Signore di togliergli ogni manifestazione esterna, ma non fu esaudito.

La mattina del 23 Luglio 1653, al termine della Messa fu chiamato dal suo superiore in portineria, dove lo attendeva l’Inquisitore generale dell’Umbria che gli annunciava solennemente il suo trasferimento: rimase impietrito finché il suo superiore non gli ricordò i meriti della Santa Obbedienza: allora P. Giuseppe si gettò in ginocchio per baciare i piedi del domenicano, ascoltò rassegnato il proclama del tribunale e quasi volò verso la carrozza, tra quattro soldati. Non aveva nulla con sé. Un ultimo sguardo all’amata Assisi e la carrozza si mosse per una destinazione ignota.

Pietrarubbia, un paesino nascosto tra i boschi di Carpegna, nelle Marche accoglierà P. Giuseppe nel convento dei Cappuccini: così avevano stabilito i superiori. Non potrà parlare con nessuno, scrivere a nessuno, non rivelare la presenza; le relazioni personali erano riservate ai soli Cappuccini del Convento; gli ordini sarebbero stati affissi sulla porta del refettorio e della celletta di fr. Giuseppe. Chi tentasse di contravvenire a questi ordini sarebbe stato scomunicato!

Nonostante l’accaduto P. Giuseppe era sereno e ai Cappuccini marchigiani non sembrava vero di avere tra loro quel Giuseppe da Copertino di cui tanto avevano sentito parlare. La cella di P. Giuseppe diventò ben presto un luogo di incontri spirituali in cui si trattavano argomenti di comune edificazione. Lui non accusava mai, non si lamentava, semmai si rallegrava che Iddio lo avesse sequestrato dal mondo e levato dalla curiosità che egli tanto aborriva.

La notizia che P. Giuseppe era a Pietrarubbia non tardò a circolare e molta gente si riversò nel piccolo paese tra le colline Marchigiane. Grazie e miracoli erano profusi con dovizia: l’Inquisizione, d’altra parte, non aveva dato disposizioni a riguardo della Messa, che egli continuò a celebrare in pubblico. Ma anche questo periodo ebbe termine. Il Vicario generale del Vescovo di Urbino arrivò a Pietrarubbia con l’ordine di condurlo in altro luogo.

-”Dove mi porterete?” chiese P. Giuseppe.

- “Mi è stato vietato di manifestarvelo” rispose il Vicario.

- “Ci sarà Dio nel luogo dove mi portate?”

- “Padre, sì, senza dubbio”

- “E allora andiamo tranquillamente: il Crocifisso ci aiuterà”.

Ecco la fede di Giuseppe da Copertino: la grazia lo aveva plasmato fino a farlo giungere alla perfetta assimilazione con la volontà di Dio. La sua ascesi era tutta volta a purificare e trasfigurare l’intera esistenza per evitare il ripiegamento su di sé. Alla scuola di Francesco assunse il Cristo come centro attorno al quale far ruotare tutta la sua esistenza e ordinare ogni aspetto della propria personalità. Viveva un amore incondizionato alla Chiesa, sempre disponibile alla pronta obbedienza ai pastori, accettando anche l’incredulità e il sospetto di alcuni ministri di Dio.

Grande era la sua devozione e tenerezza per la Madre di Dio, da lui contemplata nell’immagine della Grottella; devozione discreta, semplice: alle feste della Madonna si preparava con fervore e seguendo la sua fantasia con canzoncine e poesie.

Copertino, la Grottella, Napoli, Assisi, Pietrarubbia, poi ancora Fossombrone e infine Osimo tra i suoi confratelli conventuali: “Signore, voi sapete che la stanza di Osimo non fu né desiderata, né procurata affatto da me: Se volete che io vi vada voi disporrete in modo che in qualunque luogo io faccia il vostro servizio”. E così partì, con quello che aveva addosso, per quella che sarebbe stata la sua ultima dimora.

Vedendo in lontananza la Basilica di Loreto disse. ” Oh, che vedo? Quanti angeli vanno e vengono dal cielo! Non li vedete? Guardateci, guardateci bene!” E volò anche lui fino ad un mandorlo nella campagna: era traboccante di gioia e ritornato in sé, cominciò a cantare e pregare.

Arrivarono la sera del 9 Luglio al Convento di San Francesco in Osimo; entrarono e il Santo sussurrò “Haec requies mea”: aveva trovato la sua sede terrena definitiva e il Signore stesso glielo aveva fatto capire.

Rifulgono nella figura di questo santo le meraviglie che Dio opera con coloro che si consegnano completamente nelle sue mani senza opporre resistenza sicuri della Providenza del Padre Celeste. Giuseppe era affabile, il santo della gioia che esprimeva nel canto, nella danza, nelle composizioni musicali o poesie: in punto di morte chiese ai frati che cantassero con lui.

Un uomo tutto donato e libero, liberato dalla grazia di Dio dalla quale si era lasciato lavorare, libero nell’Obbbedienza: “Io che prima non conoscevo la volontà di Dio e bramavo di tornare al mio paese, adesso la conosco molto chiara!”

Visse in Osimo e vi morì il 18 settembre 1663: un quarto prima di mezzanotte il volto si illuminò e concluse la sua vita terrena con un lungo e ineffabile sorriso.

Spiritualità: La grandezza dei piccoli

Nella spiritualità di san Giuseppe da Copertino possiamo notare i tratti di un autentico francescano.

Il mistero dell’Incarnazione

L’Incarnazione del Verbo di Dio nel grembo purissimo di Maria, mediante la quale diventa “nostro fratello” è una realtà molto presente nella sua esperienza di preghiera. Infatti molte volte “vede” il Cristo di Betlemme che chiama affet­tuosamente e confidenzialmente il Bambinello: è il Figlio di Dio che porta la luce nel mondo. Egli esprimeva la grandezza di questo mistero abbracciando con creta-mente un bambinello di cera e cantando e danzando per questo divino amore riversato nel cuore dell’uomo.

Dietro al Crocifìsso
Il ricordo della Passione aveva sempre “negli occhi, nella mente e nel cuore” tanto da condividere con Cristo la sofferenza di una vita incompresa e ostacolata. Le lacrime scendevano copiose al pensiero del­l’Uomo Crocifisso,soprattutto per il fatto che – come racconta aver udito in un’estasi – il peccato fu il chiodo infisso col martello dell’ingratitudine nelle membra di Cristo. Giuseppe ha chiaro in sé il grande amore con cui il Figlio di Dio ci ha riportati alla vita. Accadeva spesso, in modo particolare nel tempo di quaresima, che rivivesse i giorni del santo triduo, non mancando di “assentarsi” per lungo tempo in estasi di fronte a così grande amore.

Innamorato dell’Eucaristia

L’Eucaristia, soprattutto, costituisce un aspetto centrale della sua vita spirituale. Egli, come il Serafico Padre, contempla T’umiliarsi ogni giorno del Figlio di Dio nelle mani del sacerdote”. Ogni gioia, ogni soddisfazione, ogni pienezza, ogni desiderio, Padre Giuseppe li ritrova vicino all’altare e davanti a questo grande mistero si sollevava in alto, cadeva con la faccia a terra, ballava, piangeva, gridava. Egli mostrava all’esterno con queste sue ascensioni ciò che l’Eucaristia opera nell’intimo di ogni anima.

Devoto alla Santa Vergine

Fin da ragazzo, poi, la Vergine Maria si affaccia nella vita di Giuseppe e sarà una costante nel corso della sua vita, tanto che egli non riusciva a stare un’ora senza vedere quella Beata Vergine” e cadeva faccia a terra davanti al quadro che aveva in cella. Le strofe amorose da lui composte per onorare la Madre del Signore, sono una evidente testimonianza di come la presenza materna di Maria accompagnasse la vita quotidiana di questo autentico francescano che vive tra le braccia amorose della Mamma.

Conforme a Cristo
Il Bambinello povero di Betlemme, il Cristo Crocifisso, l’Eucaristia, sono le strade maestre su cui Giuseppe muove i suoi passi e che diventano, di conseguenza, gli strumenti attraverso i quali egli fa un lavoro di cesello nella sua vita. Egli stesso ebbe a dire: occorrono molte martellate per imprimere figure nelle monete: ai suoi cari Gesù Cristo dona la sua impronta per via di martellate di travagli e tribolazioni. Possiamo dire, allora, che la vita spirituale per Giuseppe fu un impegno concreto a lasciarsi configurare a Cristo, lasciando tutto, per incarnare nella sua esistenza la beatitudine evangelica della povertà, quella vera, che consiste nello “svuotare” tutto se stesso per farsi riem­pire da Dio, unico e sommo bene, vivendo non tanto nelle coordinate di una spiritualità speculativa, quanto nell’agire quotidiano ordinario come autentica espressione della bella volontà di Dio.

Pellegrino e forestiero
Vero figlio di S. Francesco, Giuseppe visse da “pellegrino e forestiero” in questo mondo con gli occhi della mente e del cuore fissi alla Patria del cielo. Il suo essere “viatore” si incarna nella quotidianità della vita sia nel pellegrinaggio interiore che, attraverso la preghiera e la penitenza, lo conduce sulla strada della perfezione, sia nel continuo concreto esilio a lui imposto dal Santo Uffizio, per via di quei suoi doni eccezionali. Giuseppe, uomo autenticamente libero, accetta che la sua esistenza sia guidata dal soffio potente dello Spirito di cui ritiene che i Superiori siano strumento e, pertanto, obbedendo con docilità, si lascia “trasportare” di luogo in luogo, quasi come una vela gonfia che fa “prendere il largo” alla sua fragile imbarcazione. Unica preoccupazione, quando veniva trasferito da un convento ad un altro, era sapere se là dove era diretto c’era lo Pecoriello: “Ci sarà Dio dove mi portate?”- domandava – “Allora andiamo allegramente! Il Crocifisso ci aiuterà!”. E partiva senza indugio spinto dal vento dello Spirito, che manifestava la Sua presenza in Lui perché, dove giungeva, mai si notava un tratto di tristezza o di inquietudine, bensì una sensibile diffusione della pace e della gioia senza turbamento, che dal mite “prigioniero” del Santo Uffizio, si irradiava in coloro che gli erano vicini.

Ricolmo di gioia

Pur vivendo una vita travagliata e di notevole rigore ascetico, Giuseppe da Copertino non fu un uomo triste, severo, introverso, anzi, egli ha vissuto una dimensione gioiosa, affabile, cordiale, fraterna, tanto che le biografie raccontano le allegre ri-creazioni nelle sue stanze dove i confratelli si beavano delle sue estasi, della sua letizia, della sua gratitudine, della sua squisita delicatezza. Per ciascuno di loro egli aveva un’attenzione, una parola, un gesto, ispiratogli da Dio, e diventava, così, strumento di comunione fraterna. Di questa francescana letizia vissuta anche nelle prove, a noi restano le massime, e le canzoni che egli, gioiosamente, componeva e cantava a lode di Dio e per l’edificazione dei confratelli.

Piccolo e semplice

Giuseppe da Copertino, per la sua lineare semplicità, per la sua ordinaria straordinarietà, appartiene a quella categoria di persone che la Scrittura definisce i “poveri del Signore”, i “piccoli”, coloro che vivono ai margini della storia, coloro che non hanno voce, che sono oppressi, ma anche coloro che attendono solo dal Signore la salvezza, che vivono della sua attesa, della sua Parola. Sono i piccoli e i semplici ai quali è rivelata la vera Sapienza. Giuseppe, uomo puro di cuore, non ha la percezione della “sua santità”e si considera, al contrario, lontano da Dio e peccatore. E’ l’uomo semplice che con le sue massime spiega le cose di Dio, è l’uomo saggio di quella sapienza che viene dallo Spirito Santo, quello Spirito, che lo istruisce interiormente. Non è certamente l’uomo gonfio del “sapere” che ama elevarsi sugli altri, ma, al contrario, mette a disposizione dei fratelli tutto ciò che impara da Dio, incarnando senza ostentazione e in spirito di carità la virtù di quella “santa semplicità” che, per San Francesco, è sorella della “regina sapienza”.

Seme fecondo nella Chiesa

La testimonianza di S. Giuseppe da Copertino è un messaggio di fede evangelica che, nelle condizioni storiche del suo tempo, incarnò nel suo cuore e nelle vicissitudini della sua vita e che continua ad essere fecondo nella Chiesa. E’ inoltre un forte richiamo ad una esistenza sempre più elevata e totalmente consacrata al Signore che si alimenta alla sorgente della Trinità, nel segno della fraternità, mediante il servizio della carità.

10 Settembre: San Nicola da Tolentino Sacerdote

A Tolentino nelle Marche, san Nicola, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, che, dedito a una severa astinenza e assiduo nella preghiera, fu severo con se stesso, ma clemente con gli altri, e spesso imponeva a sé le penitenze altrui.
PROFILO STORICO DI NICOLA DA TOLENTINO
Una città un santo

Attorno al 1275 fu destinato stabilmente al convento dei Frati Eremitani di S. Agostino in Tolentino, che si veniva strutturando proprio allora, un giovane frate, da poco sacerdote, con su le spalle già la fama di un grande uomo di Dio, di grande pietà, di aspre penitenze, di intensa preghiera, di grande disponibilità nel servizio delle anime, persino favorito dal dono di introspezione delle anime, di manifestazioni mistiche e anche di prodigiosi miracoli.

Si chiamava Nicola, aveva sui trenta anni, era nato a Sant’Angelo in Pontano nel 1245, e resterà a Tolentino fino alla morte, avvenuta nel 1305.

Il Convento di Tolentino, e anche lo stesso Ordine Agostiniano, stavano consolidando le ossa proprio allora, e indubbiamente la figura di questo santo, pur così nascosto ed umile, ha costituito un punto fermo nella crescita dell’uno e dell’altro. Dopo la sua morte il complesso non verrà più dedicato a S. Agostino, ma a S. Nicola e diventerà punto di riferimento della grande devozione che si diffonde ben presto in tutto il mondo.

Il processo di canonizzazione si celebrerà a pochi anni dalla sua morte (1325) e il suo sepolcro verrà ornato con una serie di dipinti che danno testimonianza della sua vita e del culto verso di lui, culto che era collegato anche al legame con l’aldilà e alla speranza della vita futura, dato che egli era, fra l’altro, il patrono delle anime del Purgatorio.

In un tentativo di trafugamento delle braccia, perpetrato in epoca imprecisata, avvenne qualcosa che stimolò ancora di più il culto sempre così legato a fatti sensazionali: gli furono amputate le braccia, ma queste presero a versare tanto sangue fluido e fresco, che il tentativo fallì e quelle braccia divennero a loro volta oggetto di culto, dato anche il fatto che allora il corpo fu celato e sepolto sotto terra.

La devozione di S. Nicola nel mondo è stata sempre legata al segno dei panini benedetti che egli aveva mangiato dietro suggerimento della Madonna e ne aveva sperimentato l’efficacia guarendo repentinamente da una malattia mortale.

Egli è il patrono delle anime del Purgatorio, della Chiesa universale nei problemi riguardanti l’ecumenismo; e inoltre è efficacemente invocato dalle puerpere, sulle difficoltà dell’infanzia e dello sviluppo e in genere in ogni difficoltà. L’abbondanza di grazie e di miracoli stanno a indicare che la sua intercessione non lascia indietro nessuno.

Vita di San Nicola:
Il taumaturgo e le devozioni popolari:

Tratto dal sito San Nicola da Tolentino

· Protezione dei bambini e delle famiglie

Le prossime Beatificazioni approvate dal Papa. Il 25 ottobre sarà elevato agli altari don Gnocchi

L’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice ha comunicato le date dei riti di Beatificazione, approvate da Benedetto XVI, che avranno luogo nei prossimi due mesi. Si tratta di cinque nuovi Beati: il religioso tedesco antinazista Eustachio Kugler, che verrà beatificato domenica 4 ottobre a Ratisbona; il cardinale spagnolo Ciriaco Maria Sancha y Hervás, beatificato a Toledo il 18 ottobre; don Carlo Gnocchi, l’“apostolo dei mutilatini” fondatore dell’Opera Pro Iuventute, che sarà elevato all’onore degli altari domenica 25 ottobre in Piazza Duomo a Milano.

E ancora, il vescovo martire ungherese Zoltán Lajos Meszlényi, beatificato ad Esztergom il 31 ottobre e la religiosa Maria Alfonsina Danil Ghattas di Gerusalemme, che verrà beatificata nella Basilica dell’Annunciazione a Nazareth il 22 novembre. Per un breve profilo biografico dei nuovi Beati, il servizio di Alessandro Gisotti, per Radio Vaticana:

“L’Apostolo dell’ospitalità”: è questa la formula che meglio definisce la vita e l’opera di Eustachio Kugler, religioso dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, noto come Fatebenefratelli, che operò al servizio dei più deboli e dei disabili fino alla sua morte, avvenuta a Ratisbona nel 1946. Un impegno, questo, che lo accomuna alla figura luminosa di un altro prossimo Beato: don Carlo Gnocchi. Nato nel 1902 a San Colombano, presso Lodi, e ordinato sacerdote nel 1925, don Carlo maturerà durante la Seconda Guerra Mondiale, vissuta al fronte come cappellano militare, l’idea di realizzare una grande opera di carità che si concretizzerà nella “Fondazione Pro Juventute”. E’ l’inizio di una storia straordinaria: don Gnocchi accoglie i primi orfani di guerra e i bambini mutilati. Diventa ben presto il “padre dei mutilatini”, una delle figure più amate nell’Italia del Dopoguerra. Negli anni, si moltiplicano i centri di accoglienza e riabilitazione che portano il suo nome. Don Carlo muore nel 1956 a causa di un terribile tumore. Alle esequie partecipano centomila persone. Durante il rito, nel Duomo di Milano, fu portato al microfono uno dei suoi piccoli che tra la commozione generale, affermò: “Prima ti dicevo: ciao don Carlo. Adesso ti dico: ciao, san Carlo”.

Sarà presto elevato all’onore degli altari anche il vescovo e martire ungherese Zoltán Lajos Meszlényi. Aveva giurato: “Mai abbandonerò Cristo Pastore fedele e la nostra Chiesa”. Una promessa che mantenne fino all’effusione del sangue. Nel 1950, fu infatti arrestato dalla polizia comunista e portato in un campo di concentramento dove morì dopo ripetute torture. Un altro presule prossimo alla Beatificazione è il cardinale spagnolo Ciriaco Maria Sancha y Hervás, che fu arcivescovo di Toledo dove morì nel 1909, dopo essersi impegnato al servizio dei poveri e aver fondato la Congregazione delle Suore della Carità. Sarà beatificata infine Maria Alfonsina Danil Ghattas, al secolo Maria Soultaneh, religiosa di Gerusalemme, cofondatrice delle Suore del Rosario, ancora oggi molto attive, in particolare, per i cristiani della Palestina. Nata a Gerusalemme nel 1843, morì nel 1927 dopo aver fondato un orfanotrofio ad Ain Karem ed aver dato vita ad iniziative di sostegno per i bisognosi.

Migliaia di persone a Viterbo per la Messa presieduta da Benedetto XVI

Circa quindicimila i fedeli che hanno partecipato alla celebrazione eucaristica presieduta da Benedetto XVI nel suggestivo scenario della valle Faul a Viterbo, dove il Papa è giunto, per la sua sedicesima visita pastorale in Italia. Arrivato in elicottero intorno alle 9, è stato accolto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, con il quale si è poi intrattenuto per pochi minuti al termine della Messa. Dopo aver attraversato la città in papamobile ha benedetto le nuove porte del Duomo e ha visitato con il vescovo mons. Lorenzo Chiarinelli la sala del Conclave nel palazzo dei Papi.

Dopo la Santa Messa e la recita dell’Angelus, il Papa ha sostato presso il Santuario di Santa Rosa, per venerare il corpo incorrotto qui custodito. Uscendo il Santo Padre ha potuto ammirare la Macchina di Santa Rosa e salutare i “facchini” che l’hanno fin qui trasportata nel giorno della festa della Patrona della città.

Per la cronaca l’inviata a Viterbo Antonella Palermo, per Radio Vaticana:

La Chiesa di ieri e quella di oggi. Le rivalità che segnarono “il lungo e travagliato Conclave” del 1271 e il desiderio attuale dell’intera Tuscia di ritemprare la propria fede. Così il vescovo di Viterbo Lorenzo Chiarinelli ha presentato stamani a Benedetto XVI, nella magnifica Loggia del Palazzo papale, una terra che accoglie il Santo Padre “tra tribolazioni e grazie”. Terra che – come ha espresso il sindaco Giulio Marini nel saluto di benvenuto – non sfugge ai segni dell’inquietudine contemporanea, alla domanda di certezze e stabilità per il futuro, soprattutto dei giovani. Il Papa . appena giunto nella città ancora addobbata a festa per la patrona Santa Rosa – ha benedetto le nuove porte bronzee della cattedrale, “porte della Luce”, opera del maestro Roberto Joppolo, rappresentazione simbolica della nuova configurazione della diocesi dopo l’unificazione del 1986. Nell’omelia, chiaro fin da subito è stato il messaggio del Papa: “Coraggio non temete!”, riprendendo i profeta Isaia della prima lettura. Il Pontefice ha poi messo in guardia sui rischi di solitudine e incomunicabilità creati dall’egoismo e ha levato la sua preghiera.

“Cara Chiesa di Viterbo, il Cristo, che nel Vangelo vediamo aprire gli orecchi e sciogliere il nodo della lingua al sordomuto, dischiuda il tuo cuore, e ti dia sempre la gioia dell’ascolto della sua Parola, il coraggio dell’annuncio del Vangelo e la scoperta del suo Volto e della sua Bellezza!”.
“Ma, perché questo possa avvenire – ha aggiunto il Papa citando find’ora San Bonaventura, a cui dedicherà il discorso del pomeriggio a Bagnoregio – la mente deve andare al di là di tutto con la contemplazione e andare al di là non solo del mondo sensibile, ma anche al di là di se stessa”. Dal palco della Valle Faul a forma di conchiglia aperta, Benedetto XVI ha evidenziato tre priorità per la comunità ecclesiale viterbese: l’educazione alla fede, la testimonianza della fede, l’attenzione ai segni di Dio. Il Papa ha ricordato l’importante ruolo formativo dell’Università della Tuscia e dell’Istituto Filosofico-Teologico “San Pietro” così come la figura di Santa Rosa Venerini – da lui stesso canonizzata tre anni fa – antesignana delle scuole femminili in Italia:
“Da queste sorgenti spirituali si potrà felicemente attingere ancora per affrontare, con lucidità e coerenza, l’attuale, ineludibile e prioritaria, ‘emergenza educativa’, grande sfida per ogni comunità cristiana e per l’intera società”.

Il Papa si è augurato ancora una maggiore fioritura del volontariato, già ricco di iniziative diocesane, sull’esempio di varie figure di Santi, come la monaca Giacinta Marescotti e il cappuccino San Crispino. Nel ricordo del Papa anche il Beato Domenico Bàrberi e Mario Fani che proprio a Viterbo fondò l’Azione Cattolica italiana. Ai laici, ai giovani e alle famiglie il Pontefice ha ribadito di tenersi saldi alla vocazione cristiana a vivere il Vangelo in solidarietà con la famiglia umana, al passo con i tempi. “Ecco l’impegno sociale – ha detto il Papa – ecco il servizio proprio dell’azione politica, lo sviluppo umano integrale”. L’omelia si è poi conclusa invitando ad una speciale preghiera:
“Durante questo Anno Sacerdotale, pregate con maggiore intensità per i sacerdoti, per i seminaristi e per le vocazioni, perché siano fedeli a questa loro vocazione! Segno del Dio vivo deve esserlo, altresì, ogni persona consacrata e ogni battezzato”.

Al momento della comunione, i fedeli accostatisi all’altare centrale hanno ricevuto l’ostia consacrata dalle mani del cardinale vicario Agostino Vallini invece che da Benedetto XVI perché, nonostante il recupero del polso fratturato in luglio proceda regolarmente, il Pontefice ha preferito per ora rinunciare per evitare incertezze nella distribuzione della comunione. Infine, con l’augurio di una più piena unità tra le diverse articolazioni della comunità diocesana viterbese, il Papa ha concluso la liturgia di questa mattina richiamando, nell’Angelus, il tema della sua visita:
“’Conferma i tuoi fratelli’: quest’invito del Signore l’avverto oggi indirizzato a me con una intensità singolare. Pregate, cari fratelli e sorelle, perché possa svolgere sempre con fedeltà e amore la missione di Pastore di tutto il gregge di Cristo”.
Un pensiero particolare ha voluto rivolgere Benedetto XVI ai partecipanti al Congresso internazionale “Uomini e Religioni” che si tiene a Cracovia sul tema “Fedi e culture in dialogo”, a 70 anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale che ha causato decine di milioni di morti e ha provocato tante sofferenze all’amato popolo polacco. Un conflitto che – ha detto il Papa – ha visto la tragedia dell’Olocausto e lo sterminio di altre schiere di innocenti”.
“La memoria di questi eventi ci spinga a pregare per le vittime e per coloro che ancora ne portano ferite nel corpo e nel cuore; sia inoltre monito per tutti a non ripetere tali barbarie e ad intensificare gli sforzi per costruire nel nostro tempo, segnato ancora da conflitti e contrapposizioni, una pace duratura, trasmettendo, soprattutto alle nuove generazioni, una cultura e uno stile di vita improntati all’amore, alla solidarietà e alla stima per l’altro”.

Ora lascia, o Signore…

«Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza
preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele» (Luca 2, 29-32).

Non capita anche a voi, la sera, al rientro da una giornata faticosa o prima di andare a dormire, di recitare questa splendida preghiera?

E’ il famoso cantico di Simeone, il pio vegliardo che attendeva pazientemente il compimento di una promessa: quella di vedere il Messia prima di morire. Quando Giuseppe e Maria – secondo la legge giudaica – portarono Gesù al tempio di Gerusalemme per consacrarlo al Signore, la promessa troverà compimento e Simeone potrà tenere tra le sue braccia il Figlio di Dio. In quel preciso istante, il vecchio Simeone intona il Nunc dimittis (Ora lascia o Signore…).
Secondo una leggenda Simeone pare abbia riacquistato la vista nel momento stesso in cui teneva tra le braccia Gesù.

Ma torniamo a noi.
Talvolta rientriamo a casa appesantiti dalle fatiche del giorno. Abbiamo incontrato tanta gente, parlato, ascoltato, in famiglia e fuori casa… Così a fine giornata ti chiedi se hai fatto davvero del tuo meglio per amare un po’ di più gli altri; chissà se davvero attraverso di te il volto di Cristo è stato riconosciuto! Avrò dato il suggerimento giusto? Ho cercato il mio interesse a discapito dell’altro? Ho amato di più i componenti della mia famiglia?…

Credo che il buon Dio non sarà contrariato nel vedermi disposto ad esaminare la mia giornata per migliorare sempre di più. E così – lasciando al Signore il compito di completare quelle piccole azioni della giornata, moltiplicandone i frutti per gli altri e per noi stessi – non resta che pregare con gioia e riconoscenza come il vecchio Simeone… «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola»!

Michelangelo Nasca